Agrigento tra letteratura e realtà
Ci sarà pure qualcosa di speciale in questa piccola città se molti autori e poeti se ne sono occupati o l’hanno cantata!
Come non ricordare Goethe quando scriveva “Conosci il luogo ove il limon fiorisce?” o Quasimodo che dedica una poesia ai famosi “Templi d’Akragante” o ancora indietro Pindaro che la definì “La più bella città dei mortali” e quello storico greco che sosteneva, per dimostrarne l’opulenza, che “Gli agrigentini mangiano come se dovessero morire l’indomani e costruiscono come se non dovessero morire mai!“.
Purtroppo oggi ricordiamo solo la definizione che ne diede Pirandello scrivendo che Agrigento era “La città delle campane a morto“.
E pensiamo ancora a Sciascia che fu preso da un senso di angoscia quando, giovinetto, arrivò alla stazione e vide l’immensità del mare sotto la valle; la stessa angoscia che ci prende oggi di fronte alla piattezza generalizzata, alla spazzatura negli angoli, alla scarsa attitudine alla convivenza civile, al disordine edilizio, al caos del traffico rumoroso, al tentativo di pochi di risollevarne le sorti, all’immobilismo ed al fatalismo di cui si trattava nel “Gattopardo“.
Stupisce che della pigrizia e della incapacità di progettare il futuro se ne fosse già accorto Pirandello cento anni fa quando dice: “Vi ho conosciuto, siete sempre gli stessi: Don Sucasimula, Don Cola Mecciu, Don Ninnaru” e che oggi cantano i Tinturia:”Sono passati gli anni e le facce sono rimaste sempre tutte uguali“.
Può ciò significare che siamo tutti consapevoli di quanto ancora c’è da fare?
Noi ragazzi, ad esempio, vogliamo confrontarci con altre realtà, vogliamo incontrarci in luoghi sicuri, vorremmo più facoltà universitarie per non dover scappare dal nostro patrimonio culturale e infine essere fieri della nostra città.
Eppure una mattina mi sono svegliata e fuori dalla finestra ho visto prati, parchi giochi, piste ciclabili e poche auto in centro; era una delle tante città del nord dove andiamo per i congressi di papà… non Agrigento.
Agrigento: perfetta simbiosi di luci ed ombre
Amo Agrigento, anche se talvolta mi dico che ci sto bene solo perché spesso posso fuggire, viaggiare, conoscere altri luoghi e ben altre abitudini.
Amo il mare, le colline, i prati, i tramonti, amo i templi, forse più che Agrigento amo Akragas, Agrigentum e tutto ciò che mi ricorda l’antico.
Amo il sipario del teatro Pirandello che rappresenta la vittoria di Esseneto alle Olimpiadi greche, amo il quartiere Ellenistico romano, la Kolimbetra e il sogno che essa rappresenta: mi affascina pensare che la mia città abbia fatto parte della Magna Grecia.
Amo il Caos e quella pietra nuda sepolta sotto un cielo di chiacchiere, notizie, voci che Pirandello riportava così felicemente nei suoi scritti.
Adoro la Biblioteca Lucchesiana e i suoi silenzi.
Ho provato ad odiarla, questa città, a dirmi che no, questa non è vita: dove sono le emeroteche, dove sono i parchi, perché ci sono palazzi che lambiscono o penetrano il centro storico, e perché siamo così indolenti e invece di migliorare noi, cerchiamo di rendere peggiori gli altri?
La cosa che più mi infastidisce e’ sapere quanto siamo indietro rispetto agli altri comuni, e soffrire, soffrire nel vedere una città tanto bella quanto trascurata.
Tanto intensa, quanto il mio rammarico, è però la speranza di vedere elevata la condizione delle strade, dell’ edilizia, dei trasporti in questa piccola grande provincia: se ogni buona prospettiva verrà portata a felice termine, si potrà finalmente dire di aver reso degna la nostra terra dei colonizzatori che ci hanno preceduto, della civiltà da cui deriviamo, e da cui spesso facciamo di tutto per sentirci estranei.
Basterebbe attingere, insomma, dagli insegnamenti dei nostri padri: farci coinvolgere dai luoghi che ricordano le loro imprese, dalle loro abitudini così attuali pur se lontane…una maggiore attenzione all’ambiente che ci circonda potrebbe determinare in poco tempo la nascita di un mondo infinito, fatto di continue scoperte e confronti, di apprendimento e concretizzazione delle idee dell’ individuo, che, per sua natura, deve tendere all’ arricchimento e al perfezionamento della propria condizione.

